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La passione ci unisce

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IL PORTIERE: UNDICESIMO GIOCATORE DI MOVIMENTO

IL PORTIERE: UNDICESIMO GIOCATORE DI MOVIMENTO

C2R1998

Nel calcio moderno, il concetto del portiere come undicesimo giocatore di movimento è una delle più grandi evoluzioni tattiche degli ultimi decenni.

Oggi il portiere non è più soltanto l'ultimo baluardo difensivo deputato a parare, ma partecipa attivamente alla costruzione dal basso, impostando l'azione e gestendo il possesso palla.

Uscendo dai pali o offrendo una linea di passaggio sicura ai difensori, permette alla squadra di creare un uomo in più nella propria metà campo.

Abilità con i piedi, controllo orientato, tempismo nelle uscite fuori dall'area e coraggio nelle scelte sono diventati requisiti fondamentali.

Per questo occorre avere un nuovo approccio nell'allenare i portieri. Da una parte l'allenatore dei portieri deve essere coinvolto in tutte le dinamiche dello staff tecnico. Dall'altra l'allenatore deve necessariamente approfondire la conoscenza di questo ruolo per inserire al meglio il portiere nei concetti tattici di squadra.

Allenare i portieri non può essere più considerata una competenza esclusiva degli allenatori dei portieri, ma deve rientrare fra le competenze anche dell'allenatore di squadra.ù

ADULTI E BAMBINI: ABBASSARE LO STRESS , PERCHE' IL CALCIO E' INNANZI TUTTO GIOIA

ADULTI E BAMBINI: ABBASSARE LO STRESS , PERCHE' IL CALCIO E' INNANZI TUTTO GIOIA

 Il vero successo di un allenatore piuttosto che di un club passa attraverso la costruzione di un contesto formativo ed educativo sano e ben strutturato.
Oggi, ciò che emerge nel calcio giovanile, è una realtà distorta, dove il gioco perde la sua funzione primaria ovvero quella di divertire e far crescere i giovani. In particolare nelle scuole calcio emerge un'eccessiva ossessione per la competizione, il risultato e la selezione precoce. Troppo spesso le partite vengono vissute come dei provini; troppo spesso gli adulti sbraitano, si agitano, insultano arbitri o avversari; troppo spesso molti ragazzi cambiano continuamente squadra in cerca di un appagamento che non arriverà mai o vengono scartati perché considerati  indietro. Tutto ciò ovviamente, può determinare una forte dispersione del talento già in giovanissima età, determinata da forme di rigetto più o meno accentuate che in molti casi spingono i ragazzi ad abbandonare precocemente il calcio.ronaldinho
Questa dinamica nasce essenzialmente da un errore di fondo: gli adulti hanno la presunzione di valutare e codificare il talento soltanto in base alla performance immediata, dimenticando che corpo e mente di ciascun bambino si sviluppano a ritmi differenti.
Con questo approccio i rischi concreti a cui andiamo incontro sono quelli di non riuscire a comprendere  le potenzialità dei piccoli atleti, ma sopratutto di non favorire le condizioni affinché queste possano esprimersi compiutamente. Ma soprattutto si priva il bambino di un’esperienza fondamentale: l’amore per il gioco.Per questo la vera rivoluzione dovrebbe essere innanzi tutto culturale. Dovremmo cioè comprendere che a livello di scuola calcio il primo vero obiettivo degli adulti dovrebbe essere quello di fare innamorare i bambini del pallone mantenendoli all’interno di un sistema che li accompagni con professionalità, competenza e serenità il più a lungo possibile. Gli adulti dovrebbero avere sempre ben presente che il primo obiettivo non è il risultato, ma il coinvolgimento, la sperimentazione e la crescita personale dei singoli calciatori.La libertà di giocare con fantasia e stupore deve tornare a essere centrale. Solo così possono nascere esperienze formative, non solo sportive, che arricchiscono i giovani sia dal punto di vista motorio, sia mentale. In altri termini sarebbe essenziale aiutare i ragazzi a sviluppare quell’amore primordiale per lo sport che li dovrebbe accompagnare per tutta la vita.Tenere aperte le porte al maggior numero di bambini possibile significa creare un “mare” vasto da cui, per una semplice legge matematica, emergerebbero più talenti. Perché il talento respira meglio quando cresce libero da pressioni inutili e da aspettative premature.In conclusione, il calcio giovanile dovrebbe tornare a essere gioia, gioco e crescita. Un ambiente dove il pallone diventa strumento di scoperta e divertimento, e non una fonte di stress e competizione esasperata. Solo così gli adulti potrebbero raccontare di aver vinto la loro personale partita.

Intervista a Filippo Giusti: "La riforma è stata un disastro".

Intervista a Filippo Giusti: "La riforma è stata un disastro".

il calcio giovanile alza la voce per noi costi alti e niente premi i genitori spendono tre euro  Le quote a carico delle famiglie additate come causa della crisi del calcio italiano. Il comitato toscano Figc difende la base. Giusti: "La riforma è stata un disastro".

Di seguito riportiamo integralmente l'intervista del nostro dirigente, rilasciata al quotidiano "LA NAZIONE". 

di STEFANO BROGIONI

Filippo Giusti, dirigente della Sestese, realtà da quasi 500 tesserati, e memoria storica del calcio giovanile e dilettantistico di Firenze e della Toscana.

✅ Giusti, il calcio italiano prova a ripartire ma per illustri commentatori o alcuni addetti ai lavori - in ultimo il nuovo direttore tecnico della nazionale Claudio Ranieri -, la crisi in cui è sprofondato sarebbe da addebitarsi anche alle società di calcio giovanile e alle quote che vengono chieste alle famiglie. Cosa ne pensa?
"E’ un’accusa incredibile che respingo, e posso fare anche un conto. Una famiglia che paga 500 euro all’anno di quota per dieci mesi di attività porta suo figlio al campo quattro volte alla settimana, tre allenamenti e una partita. Significa poco più di 3 euro ogni volta che mette piede al campo in cambio della sua formazione e trovando strutture completamente mantenute dalle società stesse, che provvedono agli alti costi di manutenzione e gestione degli impianti sportivi. E per questo dobbiamo essere additati come ‘mangiabambini’? Saremmo noi il problema del calcio italiano? I campioni del mondo del 2006 sono cresciuti nella squadra del paese e poi sono approdati nei club professionistici, fino a che i ragazzi erano cresciuti fino a 13,14 anni nei settori giovanili dilettantistici, il calcio andava bene".

✅ Come dovrebbe ripartire allora il calcio?
"Rivedendo le sue regole. La legge sulla decadenza del vincolo sportivo per noi è stata un disastro e le stesse parole sono state usate anche da Malagò. Parto da una data, 29 settembre 2022, la riforma del lavoro sportivo e la legge sullo svincolo giunta dopo la pandemia, periodo in cui il Governo si è accorto di un mondo, fino a quel momento ignorato, che dava da mangiare a milioni di persone in Italia. E’ stata una legge epocale che ha stravolto il mondo dello sport e che noi società abbiamo subito senza poterci mettere bocca".

✅ Cos’è cambiato?
"Una società come la Sestese si trova a gestire, ogni 10 del mese, 85 buste paga e una valanga di burocrazia. E, tornando al discorso delle quote, quando prima i giocatori erano vincolati, a partire dai 14 anni le famiglie non pagavano né quote annuali né abbigliamento sportivo, che erano totalmente a carico delle società. Oggi c’è il rischio di perdere un atleta alla fine di ogni stagione sportiva, e quindi le quote mitigano in piccola parte l’investimento e la spesa per il mantenimento delle società. Ma non è soltanto questo. Con la legge sullo svincolo abbiamo perso ogni possibilità di gestire un atleta, abbiamo aperto un’autostrada ai procuratori che compaiono già tra i ragazzini e le società professionistiche che tesserano calciatori già a 8 anni".

✅ Che per una società dilettantistica significa?
"Significa che sta scomparendo il meccanismo di premialità per il formatore. I club di calcio giovanile non ottengono più premi di formazione o i premi alla carriera. Tra i maggiori costi della legge sul lavoro sportivo e i minori ricavi dettati dalla perdita del vincolo sul calciatore, una società dilettantistica perde ogni anno tra gli 80 e i 100mila euro".

✅ Quali soluzioni propone?
"Reintrodurre il vincolo, immettere meccanismi di premialità automatici per i premi alla carriera, o i contributi di solidarietà trasparenti sui trasferimenti domestici o internazionali dei calciatori che oggi invece siamo costretti ad inseguire spesso anche con le cause e che non possono basarsi sul ricordo di questo o quel dirigente, ma dovrebbe scattare appunto in automatico.Serve l’introduzione del premio di tesseramento nei confronti delle società professionistiche fin da quando esse tesserano i ragazzi, anche in età di scuola calcio dagli otto anni in sù. Il principio è che se diventi dottore, conta anche quello che hai fatto in prima elementare. La nuova stagione è alle porte e se non ci saranno aiuti, il movimento del calcio giovanile e dilettantistico è pronto anche a mobilitarsi".

IL VERO SEGRETO DEL CALCIATORE: LA FORZA NON L'ALTEZZA

IL VERO SEGRETO DEL CALCIATORE: LA FORZA NON L'ALTEZZA

Una delle definizioni più frequentemente utilizzate per valutare un calciatore è “ben strutturato fisicamente”. Generalmente, questa definizione viene usata dagli addetti ai lavori per qualificare un giocatore di statura elevata. Tuttavia, tale associazione risulta riduttiva e spesso fuorviante. Molti considerano l’altezza come il prerequisito fondante per eccellere nel calcio, ma la realtà dimostra che questo elemento, seppur rilevante in alcune situazioni, rappresenta il requisito meno importante fra quelli richiesti per essere un buon calciatore. A livello fisico, infatti, ciò che veramente conta è la forza fisica, un concetto molto più complesso e articolato rispetto alla mera struttura corporea.Il tema della forza fisica merita quindi una riflessione prioritaria rispetto a quella dell’altezza o della semplice robustezza esteriore. È possibile essere molto alti senza possedere una forza adeguata; allo stesso modo, giocatori di statura inferiore possono vantaART 8156 copiare una forza fisica notevole, risultando fondamentali per la propria squadra. In effetti, quando si parla di altezza, questa va considerata con attenzione e sempre in relazione alle specifiche esigenze del ruolo ricoperto: vi sono posizioni, come quella del difensore centrale o dell’attaccante di riferimento, in cui i centimetri contano maggiormente; altri ruoli, come il trequartista o l'attaccante esterno, che invece richiedono agilità e rapidità e che quindi non necessariamente si accompagnano a una statura imponente. Di conseguenza, un calciatore performante, non può essere valutato esclusivamente in base alla sua struttura fisica. La sua efficacia deriva da un pacchetto complessivo che comprende buona tecnica, forza mentale, resistenza e, naturalmente, una “struttura corporea adeguata” alle richieste del suo ruolo. Ma proprio per evitare fraintendimenti, è fondamentale distinguere tra struttura fisica e forza fisica, riconoscendo a quest’ultima un ruolo davvero determinante. Essere “forti fisicamente” nel calcio significa possedere una combinazione ottimale di massa muscolare, esplosività, agilità e resistenza che consente al giocatore di imporsi nei duelli corpo a corpo, proteggere il pallone, resistere agli urti e mantenere un’elevata intensità  per l’intera durata della partita. Nel calcio contemporaneo, questa forza si articola in quattro componenti principali. La prima è la forza esplosiva e la velocità: la capacità di sprigionare potenza massima in brevissimo tempo. Questo aspetto è cruciale per effettuare scatti fulminei, salti più alti durante i colpi di testa e cambi di direzione repentini, tutte azioni che spesso determinano l’esito di una giocata. La seconda componente riguarda la forza resistente, ossia la capacità di mantenere livelli elevati di prestazione e ripetere sforzi intensi come sprint multipli senza subire un calo significativo o un accumulo eccessivo di affaticamento. Nel calcio moderno, l’intensità non si misura solo in brevi momenti ma lungo tutto l’arco dei 90 minuti. Segue la robustezza e stabilità del “core” – la muscolatura addominale e lombare. Questo “nucleo centrale” ha una funzione vitale nel trasferire potenza dalle gambe al resto del corpo, permettendo così al giocatore di resistere alle cariche avversarie, difendere efficacemente il pallone e vincere i contrasti fisici. Senza un core solido, anche la tecnica più raffinata rischia di essere vanificata dal contatto con avversari fisicamente più preparati. Infine, l’agilità e la coordinazione completano il quadro della forza funzionale nel calcio. Un fisico forte non deve essere necessariamente ingombrante o pesante: al contrario, deve risultare funzionale e armonioso. Un’ottima coordinazione motoria consente al calciatore di mantenere un baricentro basso nei momenti chiave, dribblare con successo in spazi ristretti e minimizzare il rischio di infortuni. In conclusione, l’attenzione rivolta oggi alla dimensione fisica del calciatore non può limitarsi alla semplice misurazione della sua altezza o alla valutazione estetica della sua struttura corporea. È la forza fisica – intesa come equilibrio di massa muscolare, esplosività, resistenza, core stability e agilità – che rappresenta il fulcro della prestazione atletica e tecnica. Solo riconoscendo questa distinzione sarà possibile valorizzare appieno le qualità reali di un giocatore e comprendere cosa significhi davvero essere “forti fisicamente” nel calcio di oggi.

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